martedì 11 agosto 2015


branches, weapons, wings, hands (2015)


passare e chiudere scordandosi gli acronimi, nel “domani che viene”:
per quanto fatto, e più a lungo, a radicarsi nelle parallele o nei riverberi.
è quanto importa solo nel disegno e nel periodo che si blocca, rimanda
altrove a più mandate anche dell’altro a fare voci, e non è vigile a se
stesso, e non capita mai più. resta una definizione, e proprio lì continua
a dirti “che non è difficile”, delle pareti chiuse e compiute, a consolare
ciò che è equivalente, o meglio, continua a dirti che “è l’equivalente”,
e “se non è così difficile” decide che vedere il “dove” e “il niente” è
più del niente e importa ovunque, ed è la stessa vigilanza, e i luoghi
attesi potranno separare il massimo dal peggio, e intanto non accade
nessun posto, niente stati di veglia, niente vedere quanto è divenuto
altro dal centro, e dal basso: lo sguardo è finalmente arreso, puntato
ad alzo zero, in proiezione cieca. dirigere la procedura adesso implica
la coltre e la corsa, la progressione degli alberi, disciplinata fuori, posta
a quell’abisso del minuto dopo: è la resa del giorno, la facoltà di non
doverne più rispondere, e accade niente nelle impronte, nel giorno
dopo quello dell’abiura, niente misure necessarie, e sì, “dell’altro è fine";
estremità da stare in piedi, venute appena a conoscenza del mondo.

giovedì 2 aprile 2015


listening to a killer's mind, 3


sa, e ripara i pannelli di luce: la corona, il sangue. dalla linea bianca
del costato vuota il figlio, lo vomita a ritroso, diserta il segnale, l’input
concordato che può solo andarsene al macello e lo riceve altrove:
è che si è nascosto per connettersi. al cambio di marea ne espianta
i led: pensa al fatto che è di luce, il nessuno. una virgola soltanto
lo rimanda al benchmark andato una volta sola più in alto, integra
il cerchio all’ultimo aggettivo. il rapporto master/slave congela
l’interfaccia al suo ritorno umano, il blue screen of death una volta
tanto divenuto vero, tornato ad investire capitale, a fare casting,
nel lancio di incantesimi a ciclo continuato. uno si sacrifica, l'altro
finisce ugualmente per morire, lascia il prossimo come se stesse
dentro un carcere o nel centro dati, e non ne sa spiegare il come,
al prossimo suo come se stesso. dal retro dei monitor riesce a fare
una magia, a domare la terra, il codice, le stringhe: allaccia a caso
la sua idea di domazione, cioè non di dominare, ma di fare domus,
o casa, al meglio. la stagione non cambia, è tempo appena spaziato,
a ricordargli che la lettera di chi gli ha dato luce, e violenza, brucia
a fuoco alto, in camere di esempio e di cattura. il soggetto cessa
la sua marcia, vira nelle fiamme mano a mano, nel campo intuisce
la battaglia, si prende sul serio, corre e tira, segna, fa scala reale.

sabato 14 febbraio 2015


daniele bellomi - monotremata (2015)


è lì che tiene il conto per davvero: da dominio, a regno, 
a ramo, nell’insight diffuso, per tutto quanto accade e resta 
irreparabile. prepara una discolpa, un grafico a cascata. 
lí, nel cranio, e dopo, nei molari, a non procedere nell’oltre 
dei circuiti: ricorda l’altra stanza, che era lunga, diffusa 
e se ne andava altrove da una luce ora conforme, non lì 
per dileguare nell’intorno di caduta. il modo è non sapere 
niente, una forma familiare conseguita, pronta a muovere 
da parte organica, formata a rovinarne fuori dalle viscere: 
è quanto è stato, e altro, e quanto sa di essere crollato, 
fatto per te, deposto accanto a tutti, da vedere, in sacrificio 
per voi. potendo infine brillare, come superficie, o farsi, 
e farsi largo in esplosioni di controllo, dall’alto, masticarne 
la ferocia: tremano, dalle aperture del museo dove la lingua 
trova contro palati, e ne dovrà spinare, gonfi come dighe
nel veleno che li trova irrigidirsi, schedati: documentario
di una terraferma approssimata in data morte, e che sia 
esatta, e data, quotidiana: alcuni via nei morsi, altri ancora
a riposare sulla mano, e ancora è niente fuga, per niente:
è tutto quanto, nei secoli dei secoli, sarà lasciato dopo.

lunedì 29 dicembre 2014


defeat (2014)


why am I such a void



dissolve, non come principio, il punto elementare

nel segno che dà spazio, linea e negazione: indica la spunta

e manca il tutto, a differenza dell'umano, nel fine,

e poi "non sa più fare una richiesta", che è molto di per sé,

"se vuoi", si dice. "dove stavano all'oscuro", dentro

il parallelo, prova e trova posto, inoltra e manca appena

riesce a superarlo, per non più vedere, ripete, "per non vedere,

più che altro" e poi riassembla, esercita gli altri nel molteplice

dal mezzo reso minimo, ridato a una coscienza lunga e vuota,

e quanto stalla, o serve infine a farne fuga. "chi si ricorda,

termina da vivo," ed è caduto, concede e si fa grande, pena

nell'ipotesi di fine. la corrente adesso attiva sovraespone

e approssima il restante come dato, prende luogo nel processo,

va a recidere l'alberatura che dai nodi tiene il vertice, riporta

alla via centrale, simulando scopi, e lei, "tornata su se stessa"

 in conversione estrema, al metodo di un nulla amico

e familiare: quando il dato in migrazione porta nello spettro

e si va a perdere, facendo meno suono a mano a mano

che ripete e decodifica la sua parlata come oggetto,

che non sa, ed è fuori dalla stregua: l'elemento di frase

concorda, finalmente, ed è così che è reso muto, si riduce

all'anteprima, esiste, ancora, si apre in sola lettura.

domenica 2 novembre 2014


daniele bellomi - divided by zero, ultima


dappertutto andato a fondo, fuori, finito e per sempre,
esatto, e sì, nei molti metri che ha portato via da sé, reso
inaccessibile a chi sa e lo sceglie e non lo seleziona più:
se il limite esiste e lo organizza per trascendere, istruisce
ugualmente a chi sconforta e a chi dispera, alle pareti
giunte sole al proprio doppio; accumulate, quelle, per
accessi casuali di memoria. lorem ipsum dolor sit amet,
quindi: se ne aggiunga lo stile o meno, prova un dolore
riempitivo, omesso, alloggiato al posto del vuoto. chiesta
casa, o come (e cosa) invece non più dire, sapere quanto
è assente alla sintassi e quanto invece giunge come pena
in ore d’aria chieste e residuali ai giorni: è perché crede
ancora che verrai a salvarlo. ne è agito, sempre, come
figlio e come padre, per riceverne la stessa luce. separa,
esatto, e simula una resistenza andata via nel mondo:
libera dal male, procede nel suo estremo, finisce per 
allontanare tutti, sempre, dividere il possibile per zero.

sabato 9 agosto 2014


daniele bellomi - lapse (iii) (2014)


come al solito, nel solito versa e non ricorda, ne dimentica
la parte compensata dalla nascita alla culla, in stato debole
e conforme ormai al silenzio, in profitto alla vita, volta persa
e poi ennesima come una forma anonima, sicura, che associa
alla voce il diritto all’oblio. conclude, ottiene misericordia,
resta solo. conta il sentirsi buoni, chiedere il comando inserito
in brute force, oscillare il limbo fra intermediato e segnalante,
mandare al niente la causa morale, esaudire il gesto a vuoto
nel motore di ricerca. per quanto ne scarti, è responsabile
delle foto, pure rimate, quelle, quando rimane e nulla muta
dalla convenzione a compensare il genocidio incrementale
in correzione alla parola, il rifiuto in formato meno standard,
l’abbandono al dato. striscia, nella feritoia della casa ignifuga,
seleziona l’opzione “carta di credito” per mutui percorribili
da parte a parte, ogni vent’anni, distorto l’angolo di corda,
la curva percorsa come testata d’angolo, estesa e riaperta
a manifestare il morbo nello schianto, la biopsia del giorno
dentro la psicosi, la prima pietra, lo score impact. non sa
più come. della carità ne fa lo stesso analisi, risorsa umana.
così, girando su se stesso, steso, ne farà variante, migra
la sequenza, pollice verso, prognosi, preghiera, recrimina
in giù, nella spirale dell’isola, isola di nuovo il nuovo, prova
a darsi voce nei contorni, nel messaggio liberato per errore,
dall’ironia, dal vuoto conforme che lo attenua e poi riparte,
in dipartita estrema nel poligono in cui uccide per costante
protezione dal dolore, mentre sorteggia il dato conforme,
ancora vuoto. non ne è convinto, ma sul posto di comando,
con tutta quella morte, si troverà bene. gliel’hanno detto.

sabato 5 luglio 2014


daniele bellomi - lapse (2014)


arresta, informale, la grafica delle scogliere,
seleziona execute: il senso ciclico a processo chiama
l’antiorario all’innocenza, dove s’interra
il lemma della mala, l’intemperia: per dove lavora
decade nel trasporto a breve termine, è merce, finisce.
toglie il segno di spunta su kill ( ): la funzione
lo rende obsoleto al pannello uno, nell’oracolo
della verosimiglianza. l’orazione virerà sul clima
a imporre i maestri, il sangue dietro al tavolo, i fiori
nel bicchiere. dal solito reperto in vitro si torna
a rifornire l’esistente, che invece preme, suggerisce
detenzioni, chiama la sua vittima, l’opera
caduta su se stessa, in relazione al trovato, all’estetica
dell’odio. dopo aver fatto, stila il referto, se è meno
e può diminuire ancora dentro ai crolli: espianta
l’organo del tempo perso e ricettivo, posato
nel corallo. nella busta rimane l’area
adeguata a fare una marea, a moltiplicarsi
senza sosta nel midollo. dopo qualche milione
di lesioni, sceglie la terza: accende una sigaretta,
e questo di sicuro è già una trama.

domenica 18 maggio 2014


daniele bellomi - blind painting (2014)


dentro, quando pensa al proprio interno, trova
resti, laterizi, reperti composti dal veleno che li ripete,
promuove lo scatto dei nervi, le mani giunte,
le fughe nei muri, la materia andata
a male, quindi distolta, varcata
dalla virgola nel senso che va a lato della crepa:
una cosa denotata, che lo affossa, una membrana
che schiuma nell’intonaco, lo smembra, rende
sterile lo spazio della casa, nella casa.

per la casa, in fondo, ha recitato litanie,
privandosi del sonno, della riva dove siede. del fiume,
come di ogni altro fiume, replica il numero dei passi,
o dei piedi, in caso contrario, dove le idee
muoiono in coda e niente si comprende, dove
comunque l’acqua è stata, quando in consonanza
potrà dire: “disconosco questa carestia, scampo
alla resina del cielo bicomponente,
alla presa rapida dei giorni, chiamati prima
a negare ciò che è stato.”

in effetti lo catturano in due notti differenti, di luce
fitta, attese nella valvola del pronome, costole
che edita, tocca e deteriora, di luce accesa, cortissima,
poi dice qualcos’altro: “stato, innesco, strage.”
nel letto scava via il punto dove l’altro si riflette
e arrende, congiunto, per poi andarsene,
torna e traccia con la mano il tuo nome che oscilla
di continuo, toglie e spina la sostanza
umana, sostituisce il colore al fuoco, precipita
come pittura cieca dentro alla barriera del tendine,
partecipa alla scarica elettrica che drena via gli occhi
neri, predati, li ammassa a bordo strada
in forma liquida: sa dove sta il vuoto
che si adegua al vuoto, ovunque.

scompare nel baratro, di conseguenza anticipa
la vita, aumenta il suo rilascio prolungato, un divenire
esteso e di buonsenso. riposa, pensa a quanto
è incline alla mattanza, al calcolo dei tempi morti
e dei morti che risalgono il livello critico,
la soglia del dolore, mentre è il nulla
col dito a far scattare la sicura. la salvaguardia
è farsa, morte simulata. per quanto un fiume produca,
o scoli, nella trappola, incanali, resti silenzioso
alla pronuncia esatta, alla stanza d’attesa della vocale,
della piena di un niente più accessibile, d’aspetto,
sottovoce, poi, a forzare le valve, a trasmettere la scia
dei sepolcri dentro il vano addominale, il moto inutile
alla posizione eretta, alla fine fatica a respirare,
constata la terra in via amichevole, sinistra. la cenere
torna al proprio posto, si trucca, muta in polvere,
maschera d’argilla, della pietra che decede sul prato
verticale, mai successo, volta nel fiume, dorso
a terra, si gira nel letto, trasportata, spegne la luce,
si lamenta, riprende ancora a mentire.

sabato 17 maggio 2014


daniele bellomi - di maree, anatomia (2014)


ancora in corsa dal poco al niente, nel cordone
donato alla discarica, messo da una parte il plastico
dell’acqua vista quando ancora sborda fuori, nonostante
la fatica nel respiro: andarsene negli anni a nominare
spazi vuoti, posti di blocco, detenzioni. il doppio
rimane l’uno che sbanda, viene via assieme alla sacca
del figlio che separa la sezione di guida e il passeggero,
in fase d’urto: dal contagio rimediato nel macello
si conservano le anatomie dei fiumi deviati fra le tempie,
attesi quando il male retrocede, per non capire più.
il taglio ostina il mare del morire, oltre l’arrivo che sarà
sul dorso della mano, ancora in corsa, ricomposto
in poco spazio, non più immune e che si schianti
ovunque sia una fibra liberata e non rimessa apposta.
nel filtro che scola, dal niente, vìola e rimaneggia
la faringe spalancata nella doccia, il minuto andato
in sangue, riportato al suo vedere, a non resistere
per sempre. potrà farne cura, o insistere per come
si trascina dall’impatto: indurre un parto,
con ordine, magari mettersi a gridare.

mercoledì 26 marzo 2014


daniele bellomi - discharge - black rain (v)


il secondo imbraccia la catena, guarda
la replica dei nuclei nella malattia
che osserva ricadere dalla zona sottovento,
dentro ai varchi del cemento
armato. è lì che monta il suo motore
elettrico: una somma di parti uguali
che non si incepperanno.
     raccoglie da terra
l’astina rotta degli occhiali, osserva
ancora l’acciaio esposto dietro al tono
canna di fucile del modello: una linea
irrituale può testimoniare ciò che è andato  
e ciò che è andato storto. si accorge di passare
da agente provocatore a fatto provocato,
avvia il congegno, discute di meccaniche,
peccati
            “il colpo alla sicura resta
il colpo più sicuro”, pensa, “per come porta
lo stato nuovamente all’essere, al varco
di frontiera”: non serve inarcare la schiena
se la conta tragica si estende dal gesto
compiuto nelle braccia del potere.
l’acustica si estende nei milioni, spiega
la norma della frana, la rima con “strage”,
la iattura, il mondo conquassato,
inerme
(l’opera “ietta la croce”
per sguardo di croce, a rimirarti)

*

lunedì 24 febbraio 2014


daniele bellomi - underwearing syndrome (2011)


prima denervati, quando aboliremo il riflesso _ prima, rimasto ancora terapeuticamente _ rimane ancora il problema _ lo stato di conservazione alterno _ stante che rimane _ aiuta a capire la gestione alterna dei sintomi _ la terapia rimane ancora terapeuticamente incerta _ si soffre molto, terapeuticamente parlando _ conserva _ rimane il protocollo per dire che:

1. il bisturi, per alcuni di essi, non funziona nemmeno
2. nemmeno la gestione efficace dei sintomi si dispone
3. tutto è predisposto a farti perdere
4. perdere la vista sarà facile
5. facilmente (terapeuticamente) si arma di cesoie
6. cessare il fuoco, arrabbiarsi dei diritti violati
7. vedere che le cose dette vanno avanti, esogene
8. vanno e non ritornano, e gli influssi, le malattie
9. le ustioni corneali, le radiazioni (terapeuticamente
10. parlando, termini indispensabili alla chirurgia 
11. oculare). l'abuso della neurochirurgia
12. potrebbe portare a questa condizione




a) qualcosa da dire?

indossa giacca e pantaloni, fa il nodo alla cravatta. non stanno bene, non proprio. aspetta che l'illusione del vestiario si allarghi, diventi frattale, porti via la struttura dell'osceno, la vessazione del bello, della messa in scena più umana e quotidiana.



b) sembra semplice. il problema in verticale è:

1. rimane ancora come terapeuticamente, o meglio, denerva,
2. rimane ancora come problema, abolito il riflesso,
3. nonostante stati di conservazione alterni, il problema
4. stante, che rimane, aiuta a capire una gestione 
5. alterna dei sintomi evitati: la terapia, abolito il riflesso
6. rimane ancora terapeuticamente incerta:
7. si soffre molto, conservando



c) per alcuni di essi vedi di arrabbiarti. per alcuni di essi c'è qualcosa che viene in precedenza.


rimane il protocollo per dire che _ il bisturi, per alcuni di essi, non funziona _ il bisturi, e nemmeno
la gestione efficace dei sintomi _ quel bisturi in particolare era disposto a farti perdere la vista _ si arma di un paio di cesoie _ e vedi di arrabbiarti con il bisturi sui diritti violati _ e vedi che le cose dette vanno avanti _ tagliano una volta sola vanno e non ritornano _ e le influenze, le malattie
di cui non sappiamo ancora niente _ meno ancora ne sa il bisturi dopo la sezione _ le ustioni corneali _ le radiazioni _ l'iniezione che, per la chirurgia oculare o neurochirurgia _ potrebbe portarti a questa condizione



c) va sul luogo della strage. va sul luogo della strage. se lo ripete per una ventina di volte, per qualche mese, camminando mentre fuori c'è il silenzio.



c) mi faccio un'autodiagnosi. cerco online la parola "limbare", vedo che non ha nulla a che vedere con il limbo e con i giochi squallidi anni novanta. non sarà mica qualcosa di grave? mi hanno consigliato una visita:
1. psicologica,
2. patologica,
3. psicologica. questa è una di quelle condizioni neurotrofiche
che rimane ancora terapeuticamente, il problema causato da ulcere corneali, precisamente:
1. risultanti dall'interruzione del sensore corneale
2. il nervo afferente e quello che ne consegue,
3. la terapia del dolore
4. il bisturi
5. infine un nervo itinerante,  posizionato sulla branchie, dove inizia la fioritura, il contagio.



c) mi viene da dire qualcosa. non è troppo difficile.
si tratta di aprire, creare una sezione.

venerdì 21 febbraio 2014


daniele bellomi - discharge (iv) (medulla)


chiedersi circa le maree, gli orbitali, 
il proiettile ritratto in varie angolazioni, 
il flusso di scavo aperto sul cambio di visione, 
circa le occhiaie, la scalata dal fondo 
nero, la sagoma erosa nell’insenatura, la resina 
estesa per via circolare, la sezione di corteccia 
aperta lungo i bordi, tornata al punto 
di contatto agli occhi; adesso oppure dopo, 
se accade. il resto fa a gara con altro,
è zona presa e campionata, resa contorno: 
un’omissione lucida e precaria, un punto 
cruciale che risente, muove dalla voce, 
diserta la fibra transitoria; circa l’alga, 
la curvatura del peso, l’arto mancante. 
punta il dito, proclama l’ordine del fuoco: 
la cellula continua il proprio intreccio, il fatto 
linguale, l’indice rimasto illeso in mormorio 
etereo, inerte. la radura scelta per riunirsi 
rimane ancora senza protezione.

martedì 11 febbraio 2014


daniele bellomi - discharge (iii)



    il primo nemico blàtera, notte
e giorno, parla di ciò che si ricorda
della notte prima, passata, ricorda
il nastro, la linea elettrica sopra la testa,
la persistenza della lesione, le superfici 
oculari trasparenti che attraversa, 
l'esporsi al fuoco dove scarica, tiene testa. 
di giorno ride, si rigenera: nel mare 
non si tiene niente, dice, lì fluisce,
scarica solo l'arma nel poligono, si espone 
al proprio stato equivalente, al serbatoio
che segna l'ultima tacca, rimasto
per esplodere, alterare i geni. pensa 
che deve pure iniziare a scorrere
nella luce come fiume, o polimero. 
nel ventre della canna ripara, ci pensa
la semi-automatica, dice, decide 
per la soluzione, si determina:
dentro la bocca contatta
il cranio, si mette in lista d'attesa,
gli chiede se rimane
    
                           (l’opera si affila sempre
per quanto vale, per quanto se ne vada)




*

venerdì 7 febbraio 2014


daniele bellomi - discharge (ii) (diffuse, matter)


la presa si oppone rivoltata, spareggia
l’uso, l’allungo delle cinque dita: lo stesso danno
è separato dalla scoria, per sempre, aggancia
l’obbiettivo fuori rampa, l’ordine dei frutti,
il moto improprio
di due stelle a pari, a fare il paio,
quando impatta è solco,
guida infrarossa, radianza costante, ordine
che investe il sedimento, gli arti, il canale impartito,
il sovrasto dei flussi, l’intercezione
misurata in metri quadri, l’entrata
chiesta in quella stanza e decaduta nell’estendersi
dei giorni: qualcuno per qualche parte,
qualcosa, per niente, è fatto risplendere,
annichilato in massa critica e distanza,
nel corpo a corpo con la via marina, preso
e scordato poi all’accesso della danza, messo 
al paio: l’uno che non vede l’altro
e l’altro che dimentica, rimane lì per stare,
persistere nel movimento effuso dalle mani,
nella genetica soffiata via
da questo ammasso irrimediabile.
stati a pari, quindi, di una materia diffusa
e conservata: nessuno mai conduce batterie,
cortine batteriche, balistiche
terminali, pronte a riconoscersi nell’addizione
esterna dei parti, non-prati
e poi disastri, residuati volatili dei giorni:
qualcuno da qualche parte, qualcosa, per niente,
sotto una pioggia più pesante,
sta per stare, persistere nella dimora
del contagio: la testa vede l’acqua, l’urto
in sezione, l’interludio: il resto è il detrito,
la rovina è disattesa, instabile.

venerdì 17 gennaio 2014


daniele bellomi - discharge (i)



this is my rifle.
there are many like it,
but this one is mine.
my rifle is my best friend.
it is my life.
I must master it
as I must master my life.
without me,
my rifle is useless.
without my rifle,
I am useless.


*


aziona da solo la sicura: la sola vista
digrada in strade opposte e poi infrequenti;
nel passo conduce dal cerchio al centro,
degrada antica per coscienza dal centro
al cerchio che rimane bene in vista,
rimane e rimarrà se resta
alla memoria, a fare cerimonie: al secondo
si apre in estensione al piede
che decelera, decentra,
rimuove la polvere da sparo mentre segue
il foro dentro al cerchio mobile, secondo
ciò che, per lo sparo stesso, lo dimostra


dopo la festa li dividono in tre gruppi,
tra zolle morte, marcescenti: tre primati
di coscienza infratta se omertosa,
riuniti appena all’attimo d’accordo,
fluttuati e inconsapevoli, stati
liquidi donati all’elettrone,
esatti: tre primati, tre specie
a coppie fisse per sviluppi
privati e riprovevoli,
cerebrali e incarchi,
liminari

            (l’opera quadrata s’infossa;
per esserlo piangendo, con fuoco)


*

domenica 22 dicembre 2013


m.m. - 卐MAS MACHT FREI


natale che vigi in me come una legge morale
festività vs festa
divano vs divertimento
nonna vs mondo
io mi comunico di te come della tristezza
sei il mio eroe quando spazzi via 
gli aperitivi dalla faccia del pianeta 
e mi prende una gratitudine
che non ha a che fare col desiderio
ma con la giustizia

ok sbrigàti i convenevoli veniamo a noi
natale oltre alla mia più viva commozione
voglio ripagarti in un altro modo
cioè come saprai sul tuo conto ancora permangono
certe difficoltà teoriche che se permetti
mi perito di sciogliere: c'è subbuglio nella comunità scientifica
quando si tratta di collocare le tue prime avvisaglie
in quella dimensione che tu abiti, vale a dire non lo spazio
ma l'arredamento: io penso che tu succedi, ragionevolmente, più o meno
all'altezza del videoregistratore, infatti hai questa simpatia
innata per la tecnologia ma senza esagerare:
tuo luogo d'elezione è, se bene ho inteso, l'orario
con le stanghette a comporre i numeri, che galleggia
in quel liquore cieco dei cristalli liquidi:
lì comincia la tua vita misteriosa, e pian piano ti imponi come un decreto superiore
nel buio di per sempre, nel comunque salone:
ti leghi allora a queste molecole oscure che reagiscono
devo dire molto bene, con educazione, e sposano volentieri
la tua causa di natale (certo risulti facilitato sia dall'ottima reputazione
sia dalla buona causa sia per quella nota professionalità):
quando stringi alleanza col televisore diventa poi un gioco
consolidare il dominio, edificare la tua civiltà

natale che dilaghi come un team juventus
quando il mondo si mostra per quel complesso sistema
di edifici e attraversamenti pedonali
incaricato delle luminarie
natale sei forte con i fari rossi di posizione
che non rivelano il traffico ma la tradizione
di una fiat punto che rifiuta l'estetica
optando invece per la grammatica nuova
delle luci che impazzano
finalmente sottratte al segnale:
la cinque porte di tutti noi, natale

natale sei grande perché in te tutto si fa più consueto
perché sei l'opposto della sorpresa, perché nonostante quei pregiudizi
sui regali l'importante è veramente il pensiero
e tu sei l'unica stagione dell'intelligenza, l'unico tempo del capire
quando le merci scompaiono dagli scaffali e ancora appaiono
in un respawn forsennato da last stage
è in un sentimento di single player, in un'ansia di boss finale
che mi parli, e la tua parola è la tua difficoltà.
soprattutto sei quel match cruciale
vigilia vs attesa
dove l'attesa sta nell'apparire progressivo dell'oggetto
mentre la vigilia è la sua scomparsa a ritroso, lenta e inesorabile
come tu solo sai (cioè vince la vigilia a mani rasoterra)

natale come una distanza immedicata, una galassia impossibile
dai led invii notizie del fade-out che in me
ribadisce il suo pattern: così è un dialogo che mi nega
nella vigilia di tutte le cose