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martedì 11 agosto 2015


branches, weapons, wings, hands (2015)


passare e chiudere scordandosi gli acronimi, nel “domani che viene”:
per quanto fatto, e più a lungo, a radicarsi nelle parallele o nei riverberi.
è quanto importa solo nel disegno e nel periodo che si blocca, rimanda
altrove a più mandate anche dell’altro a fare voci, e non è vigile a se
stesso, e non capita mai più. resta una definizione, e proprio lì continua
a dirti “che non è difficile”, delle pareti chiuse e compiute, a consolare
ciò che è equivalente, o meglio, continua a dirti che “è l’equivalente”,
e “se non è così difficile” decide che vedere il “dove” e “il niente” è
più del niente e importa ovunque, ed è la stessa vigilanza, e i luoghi
attesi potranno separare il massimo dal peggio, e intanto non accade
nessun posto, niente stati di veglia, niente vedere quanto è divenuto
altro dal centro, e dal basso: lo sguardo è finalmente arreso, puntato
ad alzo zero, in proiezione cieca. dirigere la procedura adesso implica
la coltre e la corsa, la progressione degli alberi, disciplinata fuori, posta
a quell’abisso del minuto dopo: è la resa del giorno, la facoltà di non
doverne più rispondere, e accade niente nelle impronte, nel giorno
dopo quello dell’abiura, niente misure necessarie, e sì, “dell’altro è fine";
estremità da stare in piedi, venute appena a conoscenza del mondo.

sabato 14 febbraio 2015


daniele bellomi - monotremata (2015)


è lì che tiene il conto per davvero: da dominio, a regno, 
a ramo, nell’insight diffuso, per tutto quanto accade e resta 
irreparabile. prepara una discolpa, un grafico a cascata. 
lí, nel cranio, e dopo, nei molari, a non procedere nell’oltre 
dei circuiti: ricorda l’altra stanza, che era lunga, diffusa 
e se ne andava altrove da una luce ora conforme, non lì 
per dileguare nell’intorno di caduta. il modo è non sapere 
niente, una forma familiare conseguita, pronta a muovere 
da parte organica, formata a rovinarne fuori dalle viscere: 
è quanto è stato, e altro, e quanto sa di essere crollato, 
fatto per te, deposto accanto a tutti, da vedere, in sacrificio 
per voi. potendo infine brillare, come superficie, o farsi, 
e farsi largo in esplosioni di controllo, dall’alto, masticarne 
la ferocia: tremano, dalle aperture del museo dove la lingua 
trova contro palati, e ne dovrà spinare, gonfi come dighe
nel veleno che li trova irrigidirsi, schedati: documentario
di una terraferma approssimata in data morte, e che sia 
esatta, e data, quotidiana: alcuni via nei morsi, altri ancora
a riposare sulla mano, e ancora è niente fuga, per niente:
è tutto quanto, nei secoli dei secoli, sarà lasciato dopo.

sabato 5 luglio 2014


daniele bellomi - lapse (2014)


arresta, informale, la grafica delle scogliere,
seleziona execute: il senso ciclico a processo chiama
l’antiorario all’innocenza, dove s’interra
il lemma della mala, l’intemperia: per dove lavora
decade nel trasporto a breve termine, è merce, finisce.
toglie il segno di spunta su kill ( ): la funzione
lo rende obsoleto al pannello uno, nell’oracolo
della verosimiglianza. l’orazione virerà sul clima
a imporre i maestri, il sangue dietro al tavolo, i fiori
nel bicchiere. dal solito reperto in vitro si torna
a rifornire l’esistente, che invece preme, suggerisce
detenzioni, chiama la sua vittima, l’opera
caduta su se stessa, in relazione al trovato, all’estetica
dell’odio. dopo aver fatto, stila il referto, se è meno
e può diminuire ancora dentro ai crolli: espianta
l’organo del tempo perso e ricettivo, posato
nel corallo. nella busta rimane l’area
adeguata a fare una marea, a moltiplicarsi
senza sosta nel midollo. dopo qualche milione
di lesioni, sceglie la terza: accende una sigaretta,
e questo di sicuro è già una trama.