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domenica 8 luglio 2012


overrule (2012)


e non ditemi altro, non ditemi poesia, non parlatemi di lingua, vorrei farmi capire che la mia lingua è, ma langue est, che la mia lingua è poesia e non questa illusione frattale, parafascista, liminare, che brucia la struttura dell'osceno per pulirsi, eliminando di colpo il discorso sul mondo, l'eternità e il fiato, di creta, poi fango, muta nella propria forma, sentore che si allarga, si allaga a lato delle superfici, dei modelli da far cuocere e bruciare, rivoltata nella forma della propria vessazione, mentre tira dietro il caldo, pensata senza limiti, bestiale, mai pura, attaccata al centro di tutto, di tutti, oscillando, nel farmaco che la rovina, che continuerà a rovinarla, il fiume acido dello stomaco che tratta di anomalie ristabilite, annullate, rese impotenti.

non ditemi lingua, non ditemi lingua sociale, non parlatemi del punto in cui il testo inizia a perdere i colpi, perché è lì che si ferma il vostro uso della lingua, è lì che cerca di ripararsi vedendo quanto sia impossibile giocare sulle proprie fissazioni, ogni tanto puoi vedere qualcosa attraversandola, puoi provare a parlarle piano, anche se poi rimarrà solo una possibilità di urlare, dirle di andare via, tenere gli occhi chiusi mentre scorre qualcosa negli inserti delle palpebre, fluttua il bianco, il resto dei colori, anche se non sarà mai abbastanza, non sarà l'impegno sociale a rendere autosufficiente la vostra lingua, non vi sarà mai dato di parlare e poi farvi applaudire, per fortuna, ma solo riaprendo e chiudendo quello che vi rimane, le vostre quattro idee sul mondo, sui modi di sospendere l'autocoscienza, di tenervi in sospensione, a galla rispetto agli altri, esattamente come la merda. 

non ditemi altro, non ditemi poesia, non parlatemi di lingua finché non avrete almeno intuito i tasti da toccare, gli scrupoli giusti, abbandonati, quello che potrebbe offendere e che però non interessa mai, la forma del vuoto inscritto fra le righe, modo di tenere il buio, qualcosa che potrebbe non esistere, quello che non si capisce, che non guarda oltre la linea dei propri piedi, siamo dove tutto è fuori, dove tutto esiste proprio perché esposto, all'esterno, il mondo dentro non esiste, lo scambio di idee spesso non aiuta, non si torna ai bei tempi, non ci sono bei tempi, non ci sono miti politici da tirare in mezzo che si rivelino immuni dalla nascita, niente cultura hippie, niente folle sorrette, unica speranza negli assembramenti, niente anni associati a un qualsiasi metallo, che sia oro o piombo, niente gente che si ammazza in strada, niente sangue senza canali di scolo.

no, e non ditemi lingua, non parlatemi di vocalizzazioni, di lirica, non parlate più, ditemi dell'altro, ditemi che non siete in grado di farlo, lo preferisco ed è meglio anche per voi, non ditemi di fasi di sviluppo muri da scardinare porte da svellere, non ditemi che se vi entrano in casa li tramortite, lo faccio io al posto loro, non ditemi di armi di autodifesa, non appellatevi ai sentimenti, ve li faccio provare a tutti su per lo stomaco come quando entrano in casa e ti narcotizzano, quando usano il trapano per scardinare il serramento, e poi aprono dall'esterno, fugano ogni dubbio sull'esistenza degli orari e degli ori di famiglia, magari tramortiscono, ogni tanto va bene e il piede di porco non sopravanza il rischio della risalita, tanto che appare soltanto la porta finestra divelta, i beni rimanenti intatti, sulla scrivania di fronte, a qualche metro dal traguardo. non parlatemi di drammi se non ne conoscete, non presumete drammi universali che non ci sono, non mettetevi in piazza, non andateci nemmeno, pensate a coprirvi.

non ditemi lingua, non ditemi quella parola, cancella quella parola, non è sfogo ma soltanto lo sfregio dell'esistere, quando senti il rumore in lontananza e sai che puoi anche smetterla di ascoltare, che non avrebbe alcuna importanza, che non si muove, non succede niente, che si tratta di un'anomalia, disabilitazione di ciò che è vero, che non si destina alla gabbia ciò che si conosce, la malattia che ti sussurra sì, vieni, non c'è nulla di invitante, vedendo attraverso il vetro disposto in sezioni, chiedendosi cosa vuol dire essere questo io, temendo quello che potrebbe voler dire questo io, non siamo al nostro turno, non siamo nel mezzo di una scena in cui prima o poi l'ingranaggio si fermerà, non si può rettificare nulla, non c'è modo di disporsi in prima fila rispetto al mondo, non c'è modo di allinearsi alla pianura, l'universo non muore, non si lascia divorare, un po' però disgusta, rimane lungo la stessa retta intrapresa dai passi, non c'è rasoio che divida, che carichi su di sé il movimento inverso, il fatto stesso di resistere.

no, e no, la lingua rimane da parte, rimane come una forma di violenza che a molti non è dato di capire, l'unica violenza sul reale che sarebbe meglio continuare a tollerare.



martedì 5 giugno 2012


questioni laterali (2009)


prende l'aria di un cantabile _ vergine, poi vertigine _ di un giorno che non è casualità o reazione _ che si presenta ritirato, poi ritratto _ sta in piedi al livello del ventre _ componibile per come si è voluto _ approfitta di uno skyline immaginario _ collaudato ed acrobatico, malgrado il vuoto _ una frazione inconscia del proprio spostamento _ il musicista nel sintagma _ e sentirsi sbalzare nel muro che si toglie _ esploso l'intorno _ con lo specchietto rivolto ai denti _ una questione laterale e isterica _ netta nella percezione del corpo _ uno sbalzo e via _ frammentandosi nel tempo apposto sullo schermo principale _ la colonna vertebrale che si scarica _ la pretesa elettrica di ricomporsi _ tutto identico _ vi distingui la scimmia dall'uomo _ a mezz'aria sul volante _ sarà qui l'anello che manca _ spaccandosi ancora _ imposto al guard rail _ l'aria che si vetrifica perché non c'è domani _ che si verifica _ sarà l'accettazione dell'impatto _ lo scarto eventuale protesi al parabrezza _ la perdita del suolo che darà lo stesso suono _ sosta che mi lasci in questo giorno _ pregandomi all'indietro _ intorno

giovedì 19 aprile 2012


classi di resistenza


acque di balneazione


non riesco ancora a capire i divieti sulle sponde dei laghi - o sui litorali in vista della terra - aspetto sempre che qualcuno tiri via il cartello che mi impedisce di attraversarli - di andare dall'altra parte del lago o della distesa - vedo che il sole mi oltrepassa - va in là rispetto al punto in cui lo osservo - scende a precipizio - arriva al momento migliore della visione seguendo la linea del cacciavite a stella - della sparachiodi che fissa l'immagine di questo no - so che nulla potrà smontare quello che si vede - farne pezzi o componenti da riutilizzare - portarsi via qualcosa - il sole prosegue le acque dal punto in cui finiscono - conosce il mezzo che le tiene in sospensione - non è la terra oppure l'aria - ma sostanza di mondi acclimatati - oggetto che non può appartenergli - che si ricorda del momento in cui non c'era - non sa cosa sia possesso o identificazione - ma lo aiuta a riconoscersi mentre si emerge - allora faccio il primo passo verso il fondo - compiendo leggere deviazioni dalla norma - so che quel manifesto non potrà mai interessarmi - farsi complice al moto che si avvia - mancando il taglio della vite che si estrae - nel movimento che puoi compiere se ruoti braccia e gambe e provi a galleggiare - tornando ad occupare la spianata - vedendo la storia che si innesta - il perché di ogni passaggio - dell'evolversi di lampade e specchi ustorii - capire quanto cambia la visione - l'essere dentro o fuori da qualcosa - il restare sottovento ad ogni bracciata - passando vicino ai fari di un mare pieno e illuminato - il mare di questo secolo che riporta alla luce gli annegati - una visione che può estrarli o riconoscerli dal vuoto della combustione - penso a un evento che è successo altrove - un'acqua resa non potabile - qualcosa lontano da qui - che può succedere in un mondo in cui nessuno parla - in cui la parola causa la radiazione dai vivi - a tutti fu ordinato di seguire i corsi d'acqua - scegliere quello in cui gettarsi - quello di cui non si può temere - sai che la polvere può avere due ragioni - la prima è questa fiamma della terra - questo tempo che finisce ad asciugarci - la seconda non esiste - è l'acqua stessa - un flusso che cambia la legge ritmica dei passi - che trova una natura in guerra con se stessa - che lotta con il proprio corpo - il gesto dell'acqua è un viso indecifrabile - questo lo so - mi immergo indossando un sottile strato di nudità - mi inoltro dove non si tocca - questa è l'unica voglia che possiedo - quella di gettarmi - di essere a contatto con una parte della mia materia - mentre il tempo pare non vedere questa preghiera del corpo che si avvia nell'acqua - che non riporta indicazioni - so che uno scroscio potrebbe attraversarmi - durare più dell'esistenza - ma rimane sempre troppo il tempo - si prova ad essere difficili ma non si riesce - eppure è così che gli altri ci battezzano - è l'ultima volta e posso dire che non c'è niente di difficile nel dire tutto questo - che nulla attrae la visione più di un corso d'acqua - potremmo fare un passo in avanti verso i nomi propri che si accorgono del tempo - nel numero di forme che prenderanno in morte - so che quel numero si chiama desiderio - trova percorsi ovunque - ma nessuno guarda - nessuno conosce la sequenza degli altri o capire i percorsi che non appaiono - la lingua che coinvolge nell'errore - c'è un'acqua diversa per ognuno - un liquido in cui si può fluttuare - un fiume principale di silenzio - non tento di capire questa cosa - di sfruttarne le occasioni - non c'è flusso o sessione di eventi che non evapori o dissecchi - c'è solo il riverbero e il freddo del corpo - che non può niente - non conosce domanda - non può dimenticare - questo è l'attraversamento - il passaggio della soglia - andrebbe conservato fino all'ultimo - ed è un momento che non si dona - va preso - violato perché non è sacro - compreso in quel poco che può darti - realizzato anche tremando

domenica 25 marzo 2012


monsieur dice: disponetevi in tre file da cinque persone. voi quattro là in fondo, licenziati.




0.0.

dicono: ma come è possibile?

monsieur dice: lettera di licenziamento qui, sulla mia postazione, adesso.

dicono : come?

: lontani dalla scrivania, ora devo parlare.




0.1.

monsieur dice: i buoni combattenti, quelli di prima mano, per intenderci, che stiano qui, mi servono.
: dite alla vecchia, quella del piano di sopra, di mettere in conto la sconfitta. d'ora in poi le indagini di mercato le faccio io.

: ditele anche di attendere l'opportunità di sconfiggere il nemico. chiedetele qual è il nemico, e vedete cosa vi dice. 

: fatemi sapere.




0.2.

monsieur dice: posso dirvi che l'assicurazione contro la sconfitta è nelle nostre mani. sono andato a firmare le carte adesso.

: dite alla vecchia che non ho intenzione di muovermi un millimetro. 
(# metafora della poltrona come atto resistenziale)

: la possibilità di sconfiggere il nemico è fornita dallo stesso nemico. 

: questo è, ovviamente, un errore del nemico. vi è chiaro o sto parlando al vuoto?





0.3.

monsieur dice: il buon combattente può assicurarsi contro la perdita azionaria.


chang yu dice: dai grafici non sembrerebbe. lei nasconde la disposizione delle sue truppe, fa perdere le loro tracce, non prende le precauzioni necessarie.

monsieur dice: cosa ci fa qui lo stagista? esigo spiegazioni. io sono certo di poter sconfiggere il nemico. (# da qui il detto: "monsieur sa come vincere")




0.4.

monsieur dice: sia lodato monsieur.

i dipendenti dicono: sempre sia lodato.

monsieur dice: niente voci fuori campo.




0.5.

chang yu dice: il titolo cala in borsa di dieci punti giornalieri. (# potrebbe essere un errore di traduzione)

monsieur dice: tutti sono contro di me.

: per dimostrarvelo, vi mostro i miei piedi sulla linea di difesa.

: sono in piedi. ora ridatemi la sedia.

: il briefing è finito, andate in pace. 




0.6.

monsieur dice:  il generale abile in difesa si nasconde negli angoli segreti della terra.

: inoltre, è solito usare metafore di massima riservatezza.

chang yu dice: completerà una discreta vittoria [...] (# corruttela del testo. pare che lo stagista allunghi una mano verso monsieur, ma non riusciamo a comprendere lo svolgersi dell'azione).

: non è che qualcuno di voi ha visto la mia busta paga?




0.7.

i dipendenti dicono: no. monsieur l'avrebbe detto.

monsieur dice: bravi. chang yu, tu non percepisci nulla, cioè non hai percezione di nulla. 

: ergo, non puoi prevedere l'azione prima che si avveri.

chang yu dice: si era parlato di un rimborso spese.

: signori, bisogna distruggere il nemico, non perdiamoci ora.

: ci rivedremo per la cena di lavoro. niente ade, basta che svoltiate verso destra. 

: vedrete un'insegna a cinque stelle. sarò lì ad attendervi. 

: conto unico, si intende.




0.8.

monsieur dice: volevo intrattenere tutti voi con la reale qualità delle cose.

: stiamo progettando di spostarvi segretamente in catena di montaggio. solo così potremo scoprire le reali intenzioni del nemico.

: non riservate la vostra approvazione per cose che il mondo non può comprendere.

: non durerà molto, vi dò la mia parola.




0.9.

monsieur dice: cos'ho detto?




0.10.

monsieur dice: spiegatemi cosa ci fa sun tzu dietro la mia scrivania.

: oppure, rendetemi grazie.

sabato 17 dicembre 2011


la bouche en zéro

è l'ora - qualcuno che sta a mani giunte - si mescola con gli altri - se si verifica - davvero è facile - dunque sono ancora così legato a - con la bocca sullo zero - ha preso ad incepparsi tempo prima - come lingua che si tiene adorna - i fiori di fiori - nella preghiera che chiama loro stessi a testimoni - chi adorna la sua preghiera - i fiori che non sanno sollevarsi e si chiamano - in questo spasmo - chiamano se stessi a testimoni - facendo cerchi - piroetta - le coppe piene - che sembrano loro stessi - a testimoni - fontane più d'oro - il raggio che ha preso ad incepparsi tempo prima - i fiori sui fiori - che chiama loro stessi a testimoni - con il corpo bucato - chi fa cerchi sulla sua preghiera - che non sa sollevarsi e si chiama - chiama se stesso a testimone - sul raggio - pensando un po' a morire - sul cerchio puro - come lingua senza febbre che si tiene - che si adorna - e puro inalterato - e rivela a questi occhi - che chiamano se stessi a testimoni - rivela a questi occhi - se si verifica - la bocca sulla bocca - che sembra solo se stessa - che non sa sollevarsi e chiama - un sufficiente cuore scavato - come lingua febbrile - il fiore che si chiama a testimone - rivela ai miei occhi - qualcosa - se c'è un presidio - che chiami se stesso a testimone 

giovedì 24 novembre 2011

revival delle automazioni

una volta, nelle persone adulte, le costruzioni robotiche generavano ilarità, fino a quando non si è capito che è possibile effettuare tentativi di sollevamento per decine di tonnellate grazie alla compressione idraulica. 
fare un piccolo studio in proposito: la maggior parte delle persone che si preoccupano di qualcosa molto seriamente, lo fanno relativamente ad esoscheletri ed annichilazione finale. come dargli torto, indecisi fra le applicazioni biomediche o militari, intenti a verificare la posizione delle proprie particelle e delle mani che si stringono, generando collisioni violentissime e piccoli tamponamenti fra vetture in coda nei centri urbani. e dunque la loro vita non è del tutto un problema, ma non importa che nel discrimine fra i due estremi l'equipaggiamento sia in grado di reggere gli urti. 
non vogliono che gleba e nobiltà si uniscano insieme per completare la quest principale, quella relativa alle classi sociali non più in voga al momento. 
non vedi l'ora di manifestare il tuo dissenso in proposito. 
pare che, nel nostro universo, la carenza dell'antimateria sia costitutiva.

mercoledì 23 novembre 2011


reposting: arsemicosis 4 (la superstition scientiste : 0. le thermomètre, per forza di cose, HGH 2011)

Un test ti dice quando morirai. Questo test ha un costo che si aggira intorno allo stipendio di ogni lavoratore. Un test ti dice quando morirai e il nostro che l'ha provato ha detto che è la prima volta che gli capita di vedere un film in alta definizione che gli assomigli così tanto.
La soluzione per l'utilizzo virtuoso di questo test è stata di recente approvata in consiglio condominiale, nonostante le iniziali perplessità dell'assemblea. I risultati si sono subito visti e ottenuti, anche se in sette giorni s'è potuto far poco per diminuire la contrarietà di alcuni inquilini.
Il test funziona grazie a un termometro usa e getta utilizzabile mediante diverse modalità di inserimento, a seconda del livello di collaborazione riscontrato nel paziente.
Questo test è divenuto celebre grazie a qualche amico, già atleta olimpico o maratoneta del sesso o mediano di spinta. E' con l' aiuto di questo sfortunato amico, ridottosi per brevi periodi di tempo a ingerire cibi liofilizzati e starnutire troppo a causa del sondino nasogastrico, che si è potuta constatare la completa inutilità di tutte le persone che hanno lavorato a lungo e per la prima volta in modo da mettersi in grado di fornire risposte estetiche e metafisiche alla seguente procedura, aliena di certo dal solito bel lavoro di squadra.
Il termometro è composto di due parti: la testa rotonda e la base in legno. Il termometro può essere comodamente appoggiato a terra grazie a questa base e usato in posizione verticale. Il liquido utilizzato è una lega particolarmente instabile di vari elementi non ben precisabili. L'apparecchio è provvisto di un comodo tastierino associato a uno schermo led sette pollici.
All'accensione verrà richiesto più e più volte, ossessivamente, ed è di fatto impossibile spegnere la periferica, che non ha bisogno di energia elettrica dato che si autoalimenta, verrà richiesto più e più volte di indovinare la temperatura digitandola sul tastierino e schiacciando il tasto ok, sulla base di constatazioni empiriche e solo in seguito provarla utilizzando la parte del corpo preferita per la misurazione. Al termometro, lungo due metri, è collegato un innesco a fasci di particelle in grado di avviare la fissione del liquido presente all'interno dello stesso. Il termometro esplode se il paziente non indovina la temperatura esatta con approssimazione centesimale. Sul libretto di istruzioni non si fa riferimento a una possibilità di riutilizzo dello stesso apparecchio.

lunedì 14 novembre 2011


disfatta (/i) di canne

le serate peggiori iniziano quando ci si accorge di non poter entrare da nessuna parte senza aver prenotato un tavolo, senza che qualcuno dica che no, qui è tutto troppo affollato, e quindi via, altro giro verso il centro abitato successivo, tra una precipitazione monsonica e l'altra.
pure l'aria è densa, compressa. è lo stesso in ogni posto: le giovani consorti dei clienti si pestano le borse per assenza di spazio, mentre i mariti o i fidanzati brindano amabilmente a dom pérignon, bevendone a canna, attenti a far schioccare bene i colli di bottiglia, rompendoli.
non cede e non cessa una certa resistenza al sonno, l'ipotesi che la serata prima o poi finisca: il fatto di stare sugli scudi per ore, di moderare il proprio passo già pericolante nella sobrietà, facendo il più possibile attenzione, puntando a non urtarsi, a non capitolare sotto le bordate dell'alcool.
ci sono posti irraggiungibili coi mezzi pubblici, posti troppo vicini per uno strappo in macchina, posti che non sai per quanto rimarranno aperti. una sera pensi che potresti andare lì e invece no, serranda abbassata, fine della corsa. ci si accorge che l'area un tempo adibita al posteggio, evento comunque raro e non privo di sorprese, è stata sgomberata a colpi di mine anticarro, fatta saltare per far posto al prossimo necessario centro di bricolage.
quello che si richiede, quando invece la ricerca è andata a buon fine, quando il posto esiste, almeno per quella sera, è stare il più possibile vicini, gridarsi perché magari la musica è alta e non si sente.
discutere animosamente per ore senza sapere di che.
le intenzioni sono, dapprima, di non dare nell'occhio: perché non va, perché comunque la prima consumazione è quella migliore, perché tanto non è che ci sia granché da mostrarsi. pare che non si possa dare un'impressione qualsiasi. se il bicchiere cade, oppure il tavolo traballa, allora apriti cielo, e il cielo si apre in cataratte, una pioggia regolare di liquidi multicolori, flutti di dubbia bevibilità.
un gorgo si forma all'apertura della gola.
a un certo punto qualcuno fa qualcosa, prende l'iniziativa, magari esce fuori a fumare riparandosi sotto la tettoia dilavata. intanto infuria il peggior rovescio temporalesco della storia, un rovescio fuori di quattro metri, una pioggia che rema da fondocampo, che aspetta un errore forzato.
si cade spesso nella trappola di pensare che gli stati d'animo siano interessanti, che anche gli stati interessanti lo siano, mentre invece il risultato finale è interessato e sono sempre le cause naturali a suggerircelo.
si rientra, e poi si parla, si continua a parlare per ore, mentre sotto la tettoia non ci si sentiva, si fumava e basta, si dava adito alla catena di fumo di far fuori le proprie vite, le proprie vie respiratorie. sereni.
e poi, di certe cose in particolare, e più nello specifico di argomenti poco chiari, doverne pensare qualcosa per forza, per il rischio di essere tacciati, sotto sotto, a bassa voce, quando si ritorna sotto la tettoia dilavata e il rovescio ancora non ha cessato il suo remare in direzione degli spigoli e degli angoli di strada, di non essere poi quelli con cui si credeva di, su cui si faceva affidamento per il futuro, per il proseguimento inerte di altre serate, per altro tempo come quello
forse tutto questo succede per completa inefficacia dei gesti, perché non siamo in grado di interpretare quello sguardo come tanti altri nostri coetanei sono in grado di fare, o forse perché, pure quelle volte in cui ci viene offerto qualcosa, anche in maniera involontaria, non riusciamo a capire la parsimonia degli altri, il fatto di non provare ancora l'euforia, la voglia che ogni cosa dovrebbe provocarci.
mentre fuori, sotto la tettoia dilavata, da cui cola acqua, prosegue una pioggia regolare, che c'è, si fa vedere, resiste al passaggio di nervi e di maree.

giovedì 8 settembre 2011


piano-soppressione (sequenza)

crederci che, se io te lo dicessi, qualcosa muoverebbe da dov'è, l'aria come quella di chi è appena sceso da un treno per passare dal lato destro della notte, di due, anzi, a tentoni, su tre, per quello che rimane visibile, per tutto questo sporco che rimane.

l'accompagnatore non ci sta ancora. entra in un posto che ha una porta, addosso una patina, la cellulosa che si brucia: riattaccare dal visibile, l'equilibrio tra il buio e la luce, la prevalenza di. si accende una sigaretta, ha fastidio.

si ammala. l'odore chimico, la pelle che si arrossa, non viene da, non si è capito bene dove accade: i metri di pellicola che scorrono, ta-ta ta-ta ta-ta-ta ta-ta. è banale, lo fanno davvero il controtempo per proseguire, andare avanti se si può.

credendo, la nozione di anti-trust in un riquadro informativo, pagina otto del giornale. credere che prima poi io ti dica che, anche se qualcosa si muoverà: di strada secca, di terra, da lontano, visuale come distanza, piano immobile da accogliere in silenzio.

si vede piuttosto bene, lì in fondo, stavolta è il silenzio che si accoglie, le ordinazioni impilate sul bancone, riparano. mute. il loro ripostiglio, dove si nascondono, e poi chi le vede. si ammala. lì, ora, penso davvero che non ci crederesti se io dicessi, dicessi che.

si secca la gola. è una cosa che non puoi vedere. ha già visto il proprio posto, l'angolo refrattario. si mette a vagare, i passi se ne vanno in giro, fanno semicerchio. passa il proprio tempo tra l'ingresso del bar e il fianco sinistro dell'auto, andando avanti e indietro.

entra dopo qualche ora. vedo che si appoggia al centro dell'inquadratura, aggiusto e la riporto a destra. è composta. i pantaloni le tirano un poco sulle ginocchia: non fa niente di organizzato, è breve. se io te lo dicessi, alla fine, ma non per scherzo, invocandoti.

le scarpe strisciano, sporgono appena dallo stipite. il rumore non si sente, troppo lontano, eppure lei gira, gira, mancando il centro. è l'ombra che se ne sta da sola. l'impazienza ha fatto qualche varco intanto: trema un po', tira i nervi dentro, in tempo, aspetta.

la valuta ha lasciato soltanto i centesimi, piccoli, piano, più piano. brillano, se qualcuno li guarda. niente. cosa diresti se, a un certo punto, uscisse di scena. e passa, passando si stira, appoggia le scarpe contro il muro, inavvertitamente, ma non si vede.

si ammala. una vecchiaia diffusa delle cose, diffusa nelle cose. il vestito che a poco a poco sdrucito, la parola che inizia a, non pensare che si senta per davvero. c'è da dirla. quella che inizia facendo a, non finisce. e non finisce. si siede lì, sul versante opposto.

adesso esce dal campo, adesso ricompare. una scena che si gira sempre da capo, che deve essere ripetuta.

giovedì 11 agosto 2011


lo hanno preso

e allora è così che lo hanno preso, fermo, preso, mentre le gambe sporgevano in avanti, preso mentre era fermo, con gli occhi fuori dalla propria sede naturale, e cioè in fuori, all'esterno, invece la lingua indietro, retroflessa, i muscoli delle gambe che sbattono e sbattono senza soluzione, ed erano tutti in preda a, vari stati emotivi si fanno largo quando ci sono fenomeni di questa entità, e allora si è deciso che lo hanno preso, fermo, preso, mentre il muscolo al centro dell'inquadratura si allarga, sbatteva anche lui, e c'è poco, c'è poco da fare in quei frangenti, così una pastiglia sotto la lingua, in seguito lo hanno preso di nuovo, lo hanno preso mentre stava per sfuggirgli, fermo, al telefono, mentre attraversava, lo hanno preso mentre attraversava, in quel momento si è visto riflesso nello specchio, arriva la volante, lui prende e se ne va, il giornale sotto il braccio che gli cade, ma lo hanno preso, fermo, preso, perché quando si fanno errori è difficile porvi rimedio, o almeno non è possibile farlo subito, dicono che è stata comunque una bella giornata, ed è così che lo hanno preso, davvero, lo hanno preso, dopo aver preso una decisione tutti insieme, quella di prenderlo insomma, c'è stato un po' di parapiglia, erano vicini al fallimento di un'impresa condotta sul canone alterato delle cose, e così, dicevano, lo abbiamo preso, fermo, preso, con gli occhi sbarrati, le manette ai polsi, la valigetta altrove, sfuggita alla vista, e così si sono detti lo abbiamo preso, preso, fermo, magari congratulandosi anche se l'inseguimento non ha avuto luogo, da seguire c'è un corpo soltanto, si sporge da un parapetto, guarda, gesticola, muove la lingua, la muove in maniera circolare, si attarda a fare cenni, ma noi lo abbiamo preso, si dicono, mi hanno detto, preso, ora è il momento buono, possiamo correggere tutto quanto, o forse no, abbiamo ancora un po' di tempo per, tentiamo di dirvi qualcosa, di narrare ma, è complicato, bisognerebbe rifare tutto e invece no, non abbiamo gli strumenti adeguati, non è solo banale sovrapposizione, ma attaccarsi alle parole, anche se fanno filtro alle dinamiche aziendali, ai balconi in violazione delle norme, con un piano di calpestìo dove si trovano le cose perse, tutte le cose finalmente dimenticate, magari per l'edificazione coatta che non può avere un posto nell'etica di impresa, e allora si cerca di tenere il ritmo, di battere a macchina insistentemente, anche se di macchina non se ne parla più, rimane solo il rumore dei tasti, quello è simile, e più, sempre più, con maggiore competenza, gusto, empatia di quelle mai davvero possedute, sperimentate, si cerca di dirvi che lo abbiamo preso, fermo, preso, fermo, mentre i tasti, il loro rumore si risolve in sforzo di abitudine, mal di schiena, errori di battitura che devono rimanere, anche se non così, e fornire un piano nascosto ma ben leggibile, i secondi fini che sono sempre i primi, per mantenere il ritmo, la velocità di crociera, il sincopato dello slancio per cui possiamo dirvi che una volta, a dire il vero tanti anni fa, lo abbiamo preso, qualcosa di tutto quello che diciamo potrebbe andare in porto nei prossimi mesi, forse il dolore è solo un sintomo e non è radicale, costitutivo della vita, e così lo abbiamo preso, preso, in bene o in male preso, prima che cedesse, prima che avanti il corpo sporgendosi, prima che definitivamente, avete capito, il corpo cedesse, che non fa quello che deve, cadesse il corpo e non apparisse più, una cosa del genere è successa tempo fa, è sempre successa e non riusciamo a darci pace, per l'amor del cielo, che non succeda più, e invece succede e succede ancora, non possiamo darvi il filtro per leggere tutto questo ma lo abbiamo preso, fermo, preso, con le mani sugli avambracci, preso prima che lo sfrigolìo dell'aria diventasse visibile, la metafora del sentirsi bruciare che si estende, si attiene alle linee ordinate del paesaggio, ma diventa elemento costitutivo, dirompente, e questo accade mentre stanno fermi, immobili, per dirgli ti saluto, ci sentiamo prima che tu vada, ma è così che possiamo dirlo di averlo preso, di averlo sottratto alla caduta, perché cadere no, non si può, non è ancora il momento di cadere.

lunedì 20 giugno 2011


rasura

"Dans le brouillard qui entoure les arbres, les feuilles leur sont

dérobées; qui déjà, décontenancées par une lente oxydation,

et mortifiées par le retrait de la sève au profit

des fleurs e fruits, depuis les grosses chaleurs d’août

tenaient moins à eux."


I


- gli alberi si disfano in una sfera di nebbia, si flettono/coniugano, si declinano (lemme lemme lemma a lemma mano a mano meno a meno)

- (le spire dei morti sotto la lente, adulterate, a soqquadro, qq, logos)

- (scompaginate, le pire dei morti, buttate all'aria, rogo)

- e la radura non è forse questo diradarsi capovolto, dove a scemare sono le cose in prima persona, dove dalla nebbia si deducono, si decurtano le cose

- o ancor meglio questa sovrapposizione, poiché se la nebbia è davvero

- nebbia i margini si sfaldano e l'approssimazione non è più un difetto di calcolo ma un attributo, una proprietà delle cose stes(s)e?

- (se l'esistenza non è dunque un attributo logico ma davvero uno scontro a fari spenti, un sentiero bruscamente interrotto, il pathos - che solo successivamente si articola e predica in angst)


II


- è forse nel niflhel che si accorcia (si risolve?) la distanza tra "ist" e "seyn", dove a mischiarsi, a combinarsi sono: la finitezza e l'indefinitezza, la morte come tara e come veicolo di possibilità, il compasso e il kairos (la vaghezza, l'imprecisione che è una gamma, un'anticipazione dell'infinito),

- infine kenosis, lo svuotamento, il nucleo pneumatico delle cose, il pro-getto, la pressione che finalmente sfiata da un varco, la nebbia che si sprigiona dalle cose come il destino esala dal passato

- kenosis che è anche svestizione e investitura e lo è in corsivo amici a casa, ricorsivamente, nel decorso: deposizione dell'intelletto (habitus primorum principiorumm speculativorum), inadequatio rei et intellectus (un imbarazzo, un inconveniente - a momenti)


III


- (solo quel dio di malebranche, tanto indolenzito)


IV


- a tamponare la falla interviene questa nebbia ampia, additiva, così affine all'acqua (cfr. mania di occupare tutto lo spazio)

- (non fosse che l'acqua deforma le cose e in certa misura le svergogna, mentre la nebbia quasi le nasconde, le custodisce).

- l'angoscia è sì una prima,

- diffusa articolazione del dolore (che ha sempre un soggetto, sub-iectum, e cioè una vittima), forse il balbettìo ultimo e fondante

- comunque voce tremante nella notte - ! voce, non parola !

- lo stadio seguente non è certo

- la paura (resta il soggetto e si aggiunge l'oggetto, di volta in volta ben definito ma contingente), bensì la malinconia

- mal-iconia | un male iconico, originale, un totem

- altro non è se non la trascrizione di: lo sbilenco tratto della morte, la sua stesura, il suo schieramento sintattico.

- l'angoscia non può restare equanime,

- a un certo punto l'uniformità si irrobustisce, compatta, inventa un volume, un corpo,

- si indirizza verso la morte, che è come l'allegoria terminale, il bando(lo) della matassa

- una dialettica rettilinea. non il circuito dell'eterno ritorno, non la verità ricurva, genuflessa quasi, uncinata di nietzsche

- nella morte si raduna la condensa dell'angoscia, prende forma

- restituire qualcosa da un angolo all'altro della stanza, rimpallarsi gli occhi murati, le orbite (o anche una sola - un'orbita sola, ellittica)

- la morte è qualcosa di profondo. ma qui, sotto lo sterno
- scoprire che è la mania barocca di saturare (e suturare) l'immagine, riempire gli spazi vuoti
- nella malinconia l'angoscia -> si fa sentimento della morte, ortograficamente impeccabile

V

- qui

- si apre il vero e proprio campo di battaglia tra il niente e l'ente, tra esente e essente.

- l'ente è cosa nota

- l'ente è riducibile all'essere tanto quanto è riducibile al niente

- forse l'ente non è riducibile, ma è l'unità minima

- allora riconducibile

- di più: l'ente si svela come tale tanto nella sua alterità dall'essere quanto in quella dal niente

- di più 2): non si capisce, dunque, se da questo scontro/incontro l'ente ne esce impegnato o esonerato

- (volevo dire anche dei tre momenti del tempo a partire dall'angoscia - chronos, aion, noia - o paraggi. non se ne fa nulla)

- io dico di no, dico esonerato. ad ogni buon conto